LETTERA DI ELUANA A BERLUSCONI

Egr. sig. Presidente del Consiglio, sto seguendo con grande partecipazione il Suo impegno per salvarmi la vita, così come apprezzo il suo augurio che potrei anche fare un figlio. Che bello, mio padre avrebbe un nipote, così quando io non ci sarò più a lui resterà qualcosa di me. Sono sorpresa di questo affannarsi Suo e del Vaticano per salvare una vita come la mia, quando siete obbligati a restare indifferenti davanti alle migliaia di profughi che cadono in mare da barconi stracolmi o davanti a milioni di persone che nel mondo smettono di vivere a causa di malattie, fame, stermini di massa. E’ vero, in questi casi non è sufficiente un decreto e parlarne o discuterne a dismisura non giova al Governo e non porta voti. Io non conosco le alchimie dei codici e le sfaccettature delle leggi. Non ne ho avuto il tempo. Ma non posso vivere per decreto. State litigando sulla mia pelle, su questa che Voi chiamate vita. Da questo letto vedo solo la sofferenza di mio padre, di quelli che mi vogliono bene. Sono 17 anni che vedo scorrere il fiume senza potermi bagnare, ascolto musica ma non mi riesce di ballare. Non sono più una bambina ma non posso dire di essere donna. Potrei vivere così per cinquanta anni ancora, ma quando non ci sarà più mio padre, chi piangerà sul mio cuscino, Lei sig. Presidente o la carità cristiana nel rispetto del Vaticano? Perciò sig. Presidente, pur ringraziandola per il suo impegno, la smetta di affannarsi per salvarmi la vita.




